Sentire ciò che stiamo sperimentando così com’è

Scrisse Alan Watts, maestro occidentale di meditazione. 8 minuti di lettura per un brano tratto dal suo La saggezza del dubbio:

“Se lavora nel modo giusto, la mente è la più alta forma di ‘sapere istintivo’. Dovrebbe quindi operare come l’istinto dei piccioni viaggiatori e la formazione del feto nel grembo, senza verbalizzare il processo né sapere ‘come’ lo faccia. La mente autocosciente […] è un disturbo, e si manifesta nell’acuta sensazione della separazione tra l’ ‘Io’ e la mia esperienza. La mente può assumere il giusto comportamento solo quando la coscienza fa ciò che è destinata a fare: non deve contorcersi e rigirarsi per uscire dall’esperienza presente, ma esserne consapevole senza sforzarsi.
La domanda: «Cosa dobbiamo fare in proposito?», è posta solo da chi non capisce il problema. Se un problema può essere risolto, capirlo e sapere che cosa fare in proposito sono la stessa cosa. […] Quando facciamo luce, l’oscurità svanisce di colpo.
Ciò vale in particolar modo per il problema che ora ci sta di fronte. Come sanare la frattura tra l’ ‘Io’ e il ‘me’, la mente e il corpo, l’uomo e la natura, e far cessare tutti i circoli viziosi che essa determina? In che modo sperimentare la vita come qualcosa di diverso dalla trappola di miele nella quale ci dibattiamo come mosche? Come trovare sicurezza e tranquillità di mente in un mondo la cui vera natura è l’insicurezza, l’impermanenza, il mutamento incessante? Tutte queste domande […] ci dimostrano che il problema non è stato capito. Non abbiamo bisogno dell’azione – non ancora. Abbiamo bisogno di più luce.
Luce qui significa consapevolezza: essere consapevoli della vita, dell’esperienza com’è in questo momento, senza alcun giudizio o idea su di essa. In altre parole, dobbiamo vedere e sentire ciò che stiamo sperimentando così com’è […]. Questo semplicissimo ‘aprire gli occhi’ provoca la più straordinaria trasformazione della comprensione e della vita […].
La consapevolezza è una visione della realtà libera da idee e giudizi […].
Se voglio essere sicuro, cioè protetto contro il fluire della vita, voglio essere separato dalla vita. Eppure è proprio questo senso di separatezza che mi fa sentire insicuro. Essere sicuro significa isolare e rafforzare l’ ‘Io’, ma è proprio l’impressione d’essere un ‘Io’ isolato a farmi sentire solo e impaurito. […]
Più semplicemente: il desiderio di sicurezza e il senso di insicurezza sono la stessa cosa. […]
Perseguiamo questa sicurezza rafforzandoci e racchiudendoci in noi in moltissimi modi. Vogliamo la protezione che ci viene dall’essere ‘esclusivi’ e ‘speciali’, cercando di appartenere alla chiesa più sicura, alla nazione migliore, alla classe più alta, all’ambiente giusto, alla gente ‘per bene’. […]
Ci dev’essere un ‘Io’ buono che cerca di rendere migliore il ‘me’ cattivo. L’ ‘Io’, che ha le migliori intenzioni, cercherà di lavorarsi l’indocile ‘me’ e il contrasto fra i due ne metterà in rilievo il divario. Di conseguenza l’ ‘Io’ si sentirà più separato che mai, e non farà che acuire i sentimenti di solitudine e isolamento che determinano il cattivo comportamento del ‘me'” (pp. 43-46).

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