il cantico dell’esultanza

Riporto di seguito dei brani dall’omelia del Vescovo Mario presso il Cimitero Monumentale di Milano il giorno 1 novembre 2017

“Dove mai sarà possibile ascoltare il grido di esultanza? Quali voci, quali genti, quali spiriti beati potranno intonare il cantico: Amen! Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza, e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen!”. Chi avrà una riserva di gioia che basti a esultare in un cantico? In quale città la gente troverà naturale ritrovarsi per un coro lieto? Dalla città più che un cantico di esultanza si ascolta il rumore. Il rumore fastidioso del traffico, lo stridio degli attriti, il ronzio degli apparecchi per rendere confortevole la vita, il baccano delle macchine che scavano e percuotono la terra. La città moderna non può produrre il cantico di esultanza, produce piuttosto dissonanze e disturbo, produce rumore. O città, mia città, città del rumore! Dall’alveare abitato più che un cantico di esultanza si ascoltano grida. Grida di rabbia, insulti di violenza, grida che invocano aiuto. Il grido dà voce al dolore, esplode nella ribellione, è come lo sfogo incontenibile della ferita che strazia la carne o trafigge l’anima. Nella strada della città si ascoltano grida, sulle scale dei condomini, dalle finestre aperte delle solitudini, dallo sfidarsi dei violenti giungono grida e fanno paura. O città, mia città, città delle grida! Nella vita disabitata di chi è solo, nella folla informe di chi si accalca nei locali del tempo sprecato non si ascolta il cantico dell’esultanza, si ascolta la musica assordante dell’evasione. La musica assordante, la parola gridata, il suono provocatorio si impone, come una distrazione là dove non si vuole, non si po’ pensare. La musica assordante aggrega e insieme impedisce l’incontro, la musica sentimentale spreme il sentimento nell’emozione precaria, la musica passatempo incoraggia il fantasticare per evadere da troppa noia, da troppa solitudine. O città, mia città, città dell’evasione!
[…] Forse nei cimiteri il rumore della città giunge più attutito, forse nei cimiteri non si ascolta il grido dello strazio, forse nei cimiteri sarebbe fuori posto la musica assordante della distrazione. Forse il ricordo dei morti potrebbe propiziare il silenzio. Finalmente il silenzio! Qui dove il silenzio avvolge le storie e le persone può succedere che si imponga la rassegnazione che si inchina alla prepotenza del nulla e alla tirannia della morte. Il pensiero si smarrisce, la parola si confonde, i sentimenti si incupiscono per l’irrimediabile assenza. Allora per non affrontare l’enigma incomprensibile, ci si convince alle commemorazioni, alla celebrazione delle imprese gloriose e delle persone famose. La commemorazione, la celebrazione dei trapassati può essere una scuola di sapienza, di quella sapienza che aiuta a vivere, ma non a morire. E dunque è meglio evitare il pensiero della morte ed è meglio, in generale, evitare i cimiteri. […]
Completo il meraviglioso pensiero, con uno spunto personale in linea con questo. Imparare a morire è quanto ci è dato come compito dalla immensa forza creatrice dalla quale noi tutti proveniamo, animali, cose e tempi. In silenzio lavoriamo per la vita e per la morte che le dona un senso.

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