Scrive l’amico Gremmo sulla Valsessera

Uno dei più importanti percorsi dell’alpe dove per secoli si realizzava la transumanza stagionale é quello che si snoda da Camandun-a, località che il suffisso arcaico “dun” chiarisce essere stata nell’antichità una fortezza delle primigenie stirpi montanare.

Sale accanto al santuario del Mazzucco, toponimo che richiama l’altura con roccia e rivela un’origine di luogo fortificato precedente alla sua cristianizzazione e giunge a Cerale dove la chiesa dedicata a San Rocco é stata edificata solo nel 1863 sulle rovine d’un edificio precedente, stranamente andato in rovina.

Al culmine della salita ci si ritrova in un luogo altamente simbolico come il Bocchetto Sessera da sempre creduto al centro delle macabre sfilate notturne dei defunti.

L’autore che più ha dato risalto a queste antiche credenze sulla processione delle anime é stato, non per caso, un personaggio eclettico e culturalmente spregiudicato come il gragliese Giuseppe Maffei.

Nelle sue “Antichità biellesi” ricorda una versione tutta biellese del racconto del corso dei morti, a fine Ottocento ben noto sia in val dl’Elf che del Sarv dove “[i]l primo personaggio di questa leggenda è un mortale, che, il destino fa incontrare a mezzanotte presso d’un Cimitero in un individuo avviluppato nel vecchio ferraiolo, che lo saluta e gli offre una bacchetta, se viene accettata, il misterioso personaggio lo proclama cavaliero, e quindi sparisce. In virtù di quel segno di comando, quel mortale è invaso da una potenza superiore che lo rende capace dell’assoluta missione.

Percuote con la bacchetta la porta del Cimitero, e si spalanca, tocca i tumuli, e questi si aprono ed escono le meste ombre dei trapassati, che si recano sulle spalle il tristissimo fardello dei loro peccati; si odono flebili lamenti, e l’aere greve fredda dei sepolcri aumenta l’intensità delle tenebre.

Il cavaliero comanda alle ombre di accendere le fiaccole ed allora il dito mignolo della sinistra mano d’ognuno si alluma, e risplende colla fosforescenza di un fuoco fatuo, illuminando quella scena di pentimento e di muto cordoglio, che nulla ha simile nella vita corporea. Il Duce si pone alla testa di quella folla che cammina in processione nei luoghi abitati, quindi nei deserti e nelle impraticabili gole e cime alpestri e valli e torrenti, nulla l’arresta; questi son varcati passando sul dorso dei più colpevoli, i quali appoggiano i piedi da una sponda e le mani dall’altra, allungandosi secondo la larghezza dell’alveo. Questo castigo, è per essi terribile, perchè ne soffre il loro amor proprio, come di una pubblica confessione dei loro gravi misfatti.

In questo corso di espiazioni, succedono gli episodii dell’amore dei famigliari che continua al di là della tomba.

Un padre vede un pericolo sovrastare ai suoi figli, li avverte con mezzi arcani. Una madre si accosta al capezzale de’ suoi figli e infonde loro il coraggio della fede, dà il bacio di purità alle sue figlie, di cui se ne rammentano svegliandosi.

Talvolta questa corsa dei morti s’imbatte nei malandrini intenti a qualche mala opera; li sbaraglia sgomentati e corretti. Camminano sempre per sterpi e dirupi, provando tutti i disagi della via mortale uniti a quelli dello spirito, sinchè giungono ai ghiacciai del Monterosa, dove ognuno ha da spezzare con la spilla una parte della gelata montagna, e quindi prima del canto del gallo ritornano nei loro tumuli per ripetere in tutte le notti l’espiazione”.

Forse non per caso, nell’affresco che dipinse accanto alla propria tomba nel cimitero di Graja Giuseppe Maffei oltre ad un richiamo alle “Ictimuli gentes” raffigurò una processione delle anime che si allontanava celermente dalle tentazioni del demonio protetta dal Salvatore e da un angelo che schiacciava il capo d’un diavolo alato e con grandi orecchie deformi.

Nel leggendario popolare alpino non mancano luoghi particolarmente suggestivi indicati come ultima dimora di particolari categorie di defunti.

Sulla rivista “Augusta” Vittorio Raimondo Balestroni ha ricordato che nella Valle Strona dell’Alto-novarese, a Campello Monti un’impetuoso salto d’acqua viene chiamato “Pisa di Danaj” (cascata dei dannati) ed era considerata un luogo dove mediante processioni ed esorcismi venivano confinate le anime “che non avevano pace dopo morte, erravano, facevano tribolare la gente con malattie, con rumori in casa, rendevano irrequieti gli animali”.

Fino a qualche anno fa, veniva organizzata una processione propiziatoria contro le malefatte de “i strij” partendo dal Ronco di Campello verso la l’inquietante “Pisa”.

Nel Biellese occidentale é credenza radicata che le anime dei peccatori vengano rinchiuse nella caverna dei Bercovei a Sostegno e condannate a vagare eternamente senza speranza.

I corpi dei defunti in fama di buoni cristiani trovavano degne sepolture nel santuario di Naula presso il Sesia, dove venivano trasportati lungo la “strà dij mòrt” che da Sostegno s’inerpicava per il passo Solaroli, più conosciuto come “pass dla mòrt”.

Al di là della leggenda; é un fatto che segni di antropizzazione all’interno di Bercovei provano che la grotta era frequentata già nel Paleolitico Superiore. Oltre quarantamila anni fa.

Alla tradizione della grotta di Bercovei come ultimo rifugio delle anime perdute si é sovrapposta una zoppicante leggenda cristiana che colloca in quell’antro umido, buio ed inospitale un quarantennale soggiorno di sant’Emiliano, uno dei primi vescovi di Vercelli.

Smentisce questa diceria sia l’ovvia considerazione che per quanto santo nessun individuo poteva sopravvivere per decenni in quella spelonca inabitabile ma anche perché un’altra narrazione leggendaria afferma che il vero luogo dove visse sant’Emiliano sarebbe stato il monte sovrastante Sostegno dove gli é stato edificato un santuario.

Tuttavia, nella cappella di sant’Eusebio del Duomo di Vercelli il mistico eremita Sant’Emiliano viene raffigurato all’interno d’una grotta, mentre una schiera di vercellesi festanti lo raggiungono per comunicargli l’elezione a vescovo di Vercelli.

Davanti al sant’uomo, oltre ad un crocifisso, é stato collocato un teschio e questo particolare sembra in qualche modo ricordare la tradizione paganeggiante dei morti perduti nella grotta.

Qualche anno fa, il compianto studioso biellese Sergio Trivero raccolse e raccontò in “lenga bergera”, gergo dei pastori la tradizione ancor viva a Pettinengo e in val dla Bürsch delle anime dei defunti che nelle notti estive dell’ “ariorda”, il secondo raccolto d’erba manifestano la loro presenza perché “a van a colié ‘l fen an montagna”, piegano il fieno in montagna. Come i cerchi nel grano.

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