Ci fu una torre, simbolo dell’illusione umana di saper creare una grande comunità, ma de facto rappresentazione di un tutto, insieme di parti che fra loro non si capiscono.

Viviamo in una Babele di linguaggi e di principi di causa ed effetto. Una Babele che è una matassa così ingarbugliata che quando ci sono situazioni difficili da risolvere (una pandemia, una controversia etnica o territoriale) non sappiamo in essa trovare una risorsa.

Un conflitto una pandemia, scatenano subito riflessioni su dove stia la causa, chi siano i guaritori e chi gli untori. Ma tutto è così intricato e complesso che altro on sappiamo fare che dividere bianco dal nero, buono dal cattivo, giusto dall’ingiusto. Cadiamo fatalmente così, nella fossa profonda dell’inconsapevolezza, delle illusioni di comprensione, dell’ingnoranza; la fossa dei serpenti.

Ti ricordi Babele? In quella torre sta un invito a riconoscere quanto intricata e complessa sia l’umanità, i suoi dialoghi, le sue genti. In quella torre sta forse l’invito a cercare sempre l’unica via possibile, quella che non banalizzi tutto allo schema di Caino ed Abele. Babele suggerisce il dialogo ed il confronto continuo, attorno a parole, che incontestabilmente sono le origini d’ogni fatto. Ogni agire è figlio di un dire.

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