Un dialogo

Questa straripante natura è una città, un immenso prato di erba molto alta. La fragilità delle erbe malate di città (sai quelle dei giardinetti o delle aiuole piene di bottiglie di plastica e di merda dei cani) è sostituita dalla fiera forza degli steli che solo le mucche sanno divorare o qualche volta coprire di biomasse dalle forme di torta. La natura è un contorcersi di frammenti di terra, aria, acqua e fuoco.
Camminiamo cadenzando i passi e alzando le ginocchia molto in alto come si fa quando ci s’avventura nella neve fresca. Sembra una marcetta giocosa e accompagnata da un’allegra fanfara. Siamo in mezzo ad una grande massa verde e gialla e di non so quante altre sfumature di colore, mossa da una brezzolina leggera e dal transito di api, mosche, mosconi, moscerini, libellule e piccoli uccelli. Il nostro passo danzante ci fa sorridere e possiamo sentire fra la preponderanza dei suoni della natura, acqua e vento, anche qualche rombo lontano di motociclette lancia-te in corsa su una statale, dai rettilinei nobilitata a rango di autostrada. Le città tendono per loro natura a insinuarsi ovunque, anche laddove non ci sono si trasfigurano in un suono ed entrano nella testa di chi ascolta.
Il cielo è un invito a un ribaltamento completo. Così ci fermiamo e ci lasciamo cadere sull’erba. Non rag-giungiamo il suolo perché un materasso consistente ed elastico fatto di un inestricabile filamento di colori e natura, sospende la caduta. È come trovarsi incollati nel mezzo della tela di un ragno fra un complicato tessuto di colore, odore, suono, dove agisce l’illusione di stare nel silenzio e nell’estasi senza il rischio romperne la grazia. Sdraiati, possiamo vedere il pavimento della vita che diventa il cielo ed al fianco l’altro e gli altissimi steli e gli insetti volanti in rapido transito.
“Stavo pensando a Kazuo Ono”
“Chi è ’sto tizio?” chiede Sebastiano sorpreso più che dal nome, dalla partenza di un suono senza al-cuna apparente connessione con quel reale.
“Ono è il creatore della cosiddetta ‘danza buto’ giapponese. Diceva qualcosa di veramente curioso sai?”
Tira fuori dalla memoria una lettura:
“Diceva che se desideri danzare un fiore puoi mimarlo e sarai un fiore qualunque, banale e privo di interesse; ma se metti la bellezza di quel fiore e l’e-mozione che esso evoca nel tuo corpo morto, allora il fiore che crei sarà vero e unico.”
La danza è la contemplazione prima e l’evocazione poi di un mondo primitivo, che ha la possibilità di prendere vita nel danzatore nell’azione però sparisce. Sebastiano è perplesso, ma credo debba ammettere che le mie sono pennellate pertinenti. Il dialogo diventa muto. Parlano i gesti del mondo che condivi-diamo.
È un attenuarsi dei sensi dapprima, torpore poi, odo-re di fieno. Suoni sempre più lontani, poi buio. Poi luce di nuovo. Tutto come prima ma i suoni sono sostituiti dal pulsare del sangue nelle orecchie. Il corpo non si sente più, come accade durante una meditazione; neanche il respiro. Piccoli tagli sotto le sopracciglia rivelano la presenza di pupille attente. Dal-la luce accecante, su uno stelo lunghissimo di un erba dal colore giallastro, piegatasi a pochi centimetri dai loro visi, compare un lombrico dal colore fulvo, dinamico nel suo contorcersi, come volesse dimostrare la straordinaria mobilità di ogni sua fibra. Aveva lasciato le comode ed umide profondità della terra per avventurarsi nell’assolato mondo che presto lo avrebbe visto morire; forse a causa del caldo, forse a causa dei bisogni famelici di un pettirosso forse perché era semplicemente il suo momento. La relatvità del suo mondo in confronto al mio era evidente, ma avremmo mai potuto dialogare?
Il dialogo in realtà avrebbe la possibilità di instaurarsi in modo rivoluzionario se partendo da un codice condiviso si arrivasse alla ricerca del fine comune più efficace. Ma Violetta non sa certo come iniziare questo dialogo e prova a chiedere un codice a Sebastiano: “Secondo te come possiamo parlare al lombrico, prima che sia troppo tardi per lui?”
Segue un lungo silenzio, carico di soluzioni, di dialoghi, di totalità. Non solo è possibile dialogare con il lombrico ma bensì con tutto, persino con madre terra sotto le nostre schiene. Ho fatto un respiro profondo, a pieni polmoni, di quelli che trai nel momento in cui provi intense le gioie del sesso. Mi alzo, resto seduta, evito cautamente di scuotere lo stelo d’erba sul quale ancora il lombrico sta. Tutta me stessa esprime un’umanità zingaresca, gridata dal vento, irresponsabile. Tiro fuori dalla tasca del pile un quadernetto piccolo, con un sacco di fogli che si sparpagliano sulle mie gambe incrociate. Sebastiano sono sicura mi sta guardando. Le carte, simili ad arcani, muovo-no le mie mani. Vorrei scrivere delle impressioni che sto provando. Poi Sebastiano restando sdraiato, forse ora in effetti non mi guarda, parla con un filo di voce:
“Ora il lombrico condivide con noi uno spazio, fatto di figure di colore e figure di contrasto, come le tue mani e le tue carte.”
Sono contenta, forse ci siamo.
“Allora possiamo parlare con il nostro amico?”
“Dove sei stato fino ad ora?”
Lui con sinuosi movimenti di quella che forse è la testa, dice: “Vivevo nelle tue gambe, danzavo in te. Rendevo vive le tue carni morte. Scavavo in te galle-rie e transitavo in ogni fibra del tuo essere. Ricordo che avevi molta paura di me ogni volta che mi vede-vi.”
Violetta rispose “Sì è vero, ti ho visto in alcuni sogni ed ho urlato per scacciarti. Come mai ora sei qui?”
Sempre con una voce senza origine o direzione il lombrico rispose “Tu mi hai evocato, io sono qui per la tua chiamata, sei tu a volermi danzare, vuoi tirarmi fuori da te e per me sarà la fine.”
Il lombrico la fece trasalire “Come la fine, non può essere che riesco a parlarti senza timore e l’incontro che potrebbe essere l’inizio rappresenta già la conclusione?”
Ci fu una improvvisa espansione dello spazio. Ogni dettaglio parve esplodere, ogni porzione di materia iniziò a distanziarsi repentinamente dalla porzione più vicina. Una dilatazione della materia per consentire ad un secondo di diventare una eternità condensata. Il lombrico si lasciò cadere, lentissimo, immobile e prima di sparire fra le matasse vegetali disse “So-lo nelle tenebre dove si generano i ricordi io danzerò per te, tu danzerai per me, danzeremo insieme.” Era tornato alla terra.
Fu l’impressione di un attimo. Tutto tornò a comprimersi. La luce fu buio poi ancora luce, poi di nuovo rumori indistinti e il calore forte del sole. La magia si era rotta. Mi resi conto che c’ero, poi vidi Sebastiano che si metteva a sedere al mio fianco. Il silenzio del lombrico lasciava spazio al rumore della vita. Il dia-logo era possibile, ma per esistere bisognava mettere in gioco la propria vita.

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